CICLO DI INCONTRI SUL “GIUBILEO DELLA MISERICORDIA”

Anche quest’anno l’AC dell’Unità Pastorale “Pisanova” ha organizzato un ciclo di incontri di formazione, tenutisi fra gennaio e aprile nell’oratorio di S. Michele degli Scalzi. Filo conduttore delle quattro serate, e non poteva essere diversamente in quest’anno giubilare, la Divina Misericordia. Ad aprire il ciclo, il 21 gennaio, è stato don Severino Dianich al quale era stato chiesto di inquadrare, anche dal punto di vista della storia della salvezza, il tema del Giubileo e poi “questo” particolare Giubileo voluto da Papa Francesco. Come sempre, la relazione di don Severino è stata estremamente interessante, coinvolgente e ricca di spunti, che qui non possiamo descrivere esaurientemente. Si è partiti da una domanda fondamentale: perché Misericordia e non Giustizia di Dio? Don Severino ha allora “riletto” la vicenda di Giona tutta in chiave dicotomica, proprio fra giustizia e misericordia. Giona subisce il giudizio di Dio, ma sperimenta la sua Misericordia uscendo vivo dal ventre del pesce che lo aveva divorato. Non ancora “convinto”, Giona prova dispiacere per la salvezza di Ninive (ritenendola forse “ingiusta”) ma proprio qui Dio si presenta a Giona e a noi come padre misericordioso e ricco di tenerezza: “non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra”. Sul tema della storia del Giubileo, il percorso tracciato da don Severino è partito dall’anno della Misericordia del Signore descritto nel libro del Levitico. Al compimento di sette settimane di anni, l’uomo non dovrà lavorare la terra ma questa produrrà ugualmente frutto e i poveri rientreranno in possesso di quanto hanno dovuto cedere per necessità (perché la “terra è di Dio”). Il giubileo voluto da Papa Francesco riporta la Misericordia al centro della vita della Chiesa. L’orizzonte universale voluto dal Papa (significativa l’apertura della porta Santa a Bangui) si coniuga da un lato con la certezza che tutti abbiamo bisogno della Misericordia di Dio e dall’altro con il dovere di fare delle opere di misericordia spirituale e corporale il cuore della vita della Chiesa. L’incontro con don Claudio Masini, il 12 febbraio, ha avuto come tema l’esperienza della Misericordia nel sacramento della Riconciliazione. “Liberiamoci subito”, ci ha esortati don Claudio, “dalla possibile presunzione di meritare qualcosa davanti a Dio e anche dall’ansia di doverlo meritare con le nostre forze”. È un annuncio di gioia, per un’esperienza davvero liberatoria, che risuona in tutta la Bibbia: già nell’AT di fronte ai tradimenti, alle infedeltà e alle idolatrie del popolo Dio dice, per bocca dei profeti: “io vi salvo non perché voi lo meritate, ma vi salvo per amore del mio nome”. Cioè per coerenza con me stesso, perché io non riesco a fare a meno di amarvi. Noi facciamo fatica a cogliere tutto questo: ci sembra troppo bello per essere vero. Invece dobbiamo riscoprire questo volto di Dio che ci viene a cercare. Con il sacramento della riconciliazione il Signore ha voluto farci un dono che manifesta il Suo desiderio di incontro. Quando ci accostiamo a questo Sacramento, Dio sa già cosa chiediamo e ci ha già perdonato. Ma Dio non vuol perdonare niente senza la Chiesa che rende “tangibile” questo perdono. È importante allora andare davanti ad un fratello povero come me (che a sua volta si confessa…) e sentirsi rispondere in nome del Signore “io ti assolvo”, il tuo peccato non esiste più. Ai confessori il Papa ha raccomandato di non torturare i penitenti con domande che scavano troppo, per permettere l’apertura del cuore al Signore e affidare a Lui quel peso che ci portiamo dentro, che ha ferito il nostro rapporto con Lui, che ha ferito noi, e consegnarlo a Lui per esserne liberati. Il Signore ci dice “dai a me il tuo peccato, io lo porto con me sulla Croce”. Dice San Paolo “Il debito che noi avevamo con la morte, Dio l’ha inchiodato alla croce liberandoci”. Stupenda la figura del cappuccino di Buenos Aires che prega Dio dicendo “Signore, mi sa che oggi ho perdonato troppo, ma … il cattivo esempio me lo hai dato Tu!”. Gli ultimi due incontri ci hanno presentato altrettanti volti concreti della Misericordia. Il 10 marzo don Peter Veluthedath, Superiore della Comunità dei sacerdoti cottolenghini di Pisa e Cappellano dell’Ospedale “Santa Chiara”, ci ha intrattenuto sul tema de “L’esperienza della Misericordia nell’assistenza e cura dei più deboli”. Don Peter ha esordito riflettendo sulla lettera di S. Giacomo (cap 5) dove si parla della cura verso i malati e, per la prima e unica volta nel NT viene presentato il
Sacramento dell’Unzione degli infermi. Il testo mostra chiaramente come la cura spirituale e corporale del malato coinvolgesse non un singolo uomo di Dio ma l’intera Chiesa: il malato “chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui” e la preghiera lo salverà. Attingendo alla propria esperienza don Peter ha poi descritto ciò che la Chiesa deve essere in quella “terra di frontiera” che è l’ospedale: non solo per i malati ma per tutti (operatori sanitari, familiari…), non un tribunale, ma una casa di cura dentro un’altra casa di cura, deve essere come un vaso di profumo che, una volta aperto, emana la sua fragranza che tutti (credenti, non credenti, cattolici e non cattolici, etero- e omosessuali…) possono percepire. Il 28 aprile, Daniele Gallea, ha dato testimonianza della sua esperienza nell’ambito C.I.S.O.M., Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, dell’attività di soccorso, accoglienza e sostegno che questo organismo compie, a terra e sui mezzi della Guardia Costiera, in favore dei migranti che per fuggire da fame e persecuzioni affrontano viaggi pericolosi attraverso il canale di Sicilia. Di questo incontro, oltre alle parole di Daniele, rimangono impressi nei nostri cuori i volti e i gesti di questi nostri fratelli che troppo spesso vengono presentati solo come “un problema”. Particolarmente toccante la descrizione delle mamme che, allo stremo delle forze, allungano le braccia per consegnare, con cuore pieno di ansia e insieme di speranza, il proprio figlio a mani sconosciute. Quelle mani, le nostre mani, sono lo strumento della Misericordia di Dio.
Enza Polizzi e Mauro Leoncini

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